giovedì 22 maggio 2008

A SARAJEVO NON SI TROVA CIOCCOLATA!

Nello scrivere questa relazione mi sono riferito a vari episodi di un rapporto di amicizia che vanno dal 1993 al 2003.In questi dieci anni sono successi molti fatti a cui ho attinto per strutturare il racconto e che ho vissuto e in un secondo tempo studiato nel mettere a confronto due culture diverse e i loro protagonisti.Resta il fatto che questa è una storia che si basa sull'affetto che ha unito e unisce due famiglie che ho scelto di raccontare puntando quasi esclusivamente sui ricordi vivi che conservo dentro di me. Ho privilegiato questo punto di osservazione rispetto a un altro più scientifico ma forse più freddo.Per sostenere alcune osservazioni mi sono servito di libri che ho letto o film visti che puntualmente cito.
Un sottotitolo, vista la materia che si tratterà, potrebbe essere:"IL CIBO COME MEDIATORE CULTURALE " . E' il dicembre del '93, infuria la guerra dei Balcani, 25 ragazzi bosniaci grazie a un progetto promosso dalle donne del "Giardino dei ciliegi" e sponsorizzato dal Comune di Firenze, arrivano con l'offerta di una borsa di studio nella nostra città dopo che alcune famiglie si sono rese disponibili per un affidamento temporaneo.Sono ragazzi tra i 14 e i 16 anni, strappati alla brutalità della guerra che ha colpito il loro paese. Selma,15 anni tra poco , è una giovane bosniaca di Sarajevo, dal '92 profuga a Zagabria. Io ho 25 anni e abito con i miei. Insieme abbiamo deciso di prenderci cura di lei.
SELMA A FIRENZE !
Inverno'93. Selma è una ragazza di 14 anni che con l'atteggiamento ne dimostra un paio di




più,anche se ha il viso di una bambina. E' accorta, pronta a cogliere i segnali a lei favorevoli per rientrare nella vita,nel mondo. E'alta circa 1,60, rotondetta, coi capelli a caschetto castani.
Noi abbiamo saputo di una raccolta di poesie e diari di bambini bosniaci dal titolo" Non si trova cioccolata"e perciò le stiamo andando incontro con una palla natalizia, ripiena di cioccolatini.
L'andiamo a prendere in un centro di accoglienza del comune di Firenze dove si è fermata le prime ore con gli altri ragazzi.Al nostro arrivo ci vengono presentati prima gli accompagnatori che sono per lo più insegnanti bosniaci. Una di loro mi fa un caffè che accetto per farle piacere. Mentre lo prepara mi trovo su un tavolo un dizionario italo-bosniaco e cerco come si dice grazie.
"Hvala liepa "Grazie tante ". La signora è contenta. Selma insieme al suo gruppo si è fermata per primi adempimenti burocratici, per imparare qualche parola di italiano e per aspettare la famiglia che si prendera cura di lei.Il suo nome significa Linda o forse Chiara.Noi la riconosciamo subito .Le va incontro mia mamma come a una figlia e lei risponde istintivamente e con grazia. E' una ragazzina ma è già stata nei campi profughi,sogna il calore di una famiglia ed è abituata a prendersi cura del fratello Mahir, che riprende e ammonisce come una mamma.Ancora non lo so ma già tra pochi giorni nella mia vita si farà spazio nella mia vita l'affetto per questa sorella che non conoscevo.I primi giorni viene con noi anche Mahir che poi troverà un'altra famiglia pronta ad accoglierlo. E' bello comunque che per ora questi fratelli non siano stati separati.Loro rappresentano la Bosnia e anche se per ora non sanno l'italiano sono completamente aperti alla conoscenza e ci portano testimonianza della loro origine. I primi momenti di scambio frontali sono
quelli a tavola dove all'offerta di una specialità italiana segue la descrizione orgogliosa di un piatto
tipico bosniaco.E' il caso della pizza che anche nel nome ricorda la loro "pita",specie di piadina o torta farcita.Poi ci sono le salsicce, e scopriamo che a Sarajevo si mangiano i"cevapi",calzoncini ripieni di piccole salsicce,molto saporiti.Poi c'è "bosnianskj lonats" che se non ricordo male è una
specie di pasticcio. Ma ,a parte i dettagli, il fatto è che ci stiamo poco a poco avvicinando e forse sta nascendo una bella amicizia ricca di speranze!
Ed è proprio stando a tavola che avvengono i momenti fondamentali di conoscenza e d'incontro.
IL CIBO DIVENTA UN'OFFERTA DI AMICIZIA E DI ACCOGLIENZA:noi usiamo il cibo per dimostrare la nostra disponibilità, il nostro amore, la nostra cordialità, sia con la sostanza stessa degli alimenti( ricchezza, profumo, varietà) sia con la loro esaltazione alla nostra ospite.Ma il cibo è anche un momento fondamentale di scambio linguistico! In questo senso sono io ad assumere il ruolo di mediatore.M'incarico di scrivere i diversi bigliettini corrispondenti ai cibi e agli oggetti che sono sulla tavola(piatti,posate,bicchieri ,bottiglie ecc...). Insieme scherziamo sulla fonetica
sugli errori e sugli equivoci. "Ciascia" e"flascia" in bosniaco vogliono dire uno forchetta e l'altro bottiglia, ma io spesso li confondo e chiedo la forchetta per bere o la bottiglia per mangiare la carne!E' un gioco che ci aiuta a comprendere le nostre rispettive lingue.
Voglio fare però una precisazione importante! Selma inizialmente non accetta tutto quello che le viene offerto. Non mangia carne di maiale e neanche affettato,ci dice per motivi religiosi.
A noi non crea nessun problema e anzi le riconosciamo il diritto di seguire la sua cultura ben volentieri. Alcuni mesi dopo , forse rassicurata dalla nostra accettazione,rivela di essere musulmana non praticante e di venire da una famiglia laica.Anche lei a Sarajevo mangiava la carne di maiale !E' solo dopo lo scoppio della guerra che,profuga,ha cercato di seguire le sollecitazioni dell'Iman riguardo all'osservanza di certe norme. CAPISCO che il cibo è stato per
lei un riconoscimento d'identità!
1995:ormai Selma è quinda due anni. Veste e parla come una ragazza italiana della sua età.
La mattina prende l'autobus per andare a scuola. Frequenta un istituto professionale per il turismo che speriamo le possa servire a trovare un lavoro quando sarà tutto finito.E' una giovane donna e vive nella nostra casa che è sempre più anche la sua. Va a fare la spesa,aiuta nelle faccende domestiche e anche se non studia molto sembra riuscire.Conosce ormai tutti i frequentatori della casa, esce spesso con me e con i miei amici e porta i suoi a casa quando non esce con loro.Non si sente più un ospite e ce lo fa capire in diversi modi ma spesso cucinando per tutti un dolce, delle frittelle che si accompagnano alla marmellata("palacinzi"). I suoi in bosnia se la passano ancora male e credo che per Natale si sia preso l'impegno di mandare loro qualche genere alimentare,oltre che sue notizie per lettera.Abbiamo capito alla fine che molte specialità della nostra cucina le erano note e che la sua dieta a Sarajevo non era molto diversa dall'attuale.Adesso ci confrontiamo più direttamente con le parole, un po' su tutto. A volte parliamo della guerra. E' interessante ricordarsi come , quando dialogare non era ancora facile per l'incomprensione linguistica, il cibo e l'incontrarsi a tavola rappresentassero i momenti più importanti, in cui ciascuno poteva dire qualcosa all'altro.






Selma ritorna a Sarajevo; Fakira come Babette.






Nel luglio del '97 (la guerra è ormai finita) Selma ritorna a Sarajevo,dopo 4 anni di permanenza e di studio a Firenze. L'accompagna mia madre.Il viaggio lungo e faticoso durerà quasi un giorno(in treno da Firenze ad Ancona, in nave da Ancona a Spalato, in autobus da Spalato fino a Sarajevo). Selma ritorna a Sarajevo, ma non nella casa distrutta dalle bombe.La sua famiglia ora abita in uno squallido appartamento di un casermone lesionato,senza riscaldamento, senza vetri alle finestre , con mobili essenziali. Ma l'incontro con i suoi genitori e gli altri familiari è festoso,calorosa l'accoglienza riservata a mia madre.Della settimana passata a Sarajevo lei ricorda le tane case squarciate, le buche provocate dalle granate nelle strade, i tantissimi mutilati,la difficoltà ancora enorme di acquistare generi alimentari. Nei piccoli spacci improvvisati prevalgono quelli degli aiuti umanitari.Il suo ricordo più gioioso è tuttavia legato a un pranzo, anzi a un banchetto che le viene offerto da Fakira, amica e mecenate della famiglia Suljovic(di Selma). Fakira è una donna di mezza età,ricca, elegante(la mamma di Selma che è una sarta di alto livello le cuce i vestiti)e colta.Insegnava all'università.Non è un caso che l'accoglienza ufficiale attraverso il cibo sia affidata a una persona come lei. Fakira è un po' il SIMBOLO DELLA BOSNIA NON VINTA. La sua casa è rimasta indenne.E' una casa elegante,spaziosa,piena di quadri, di tappeti,di oggetti preziosi, di libri.Particolare è l'abbigliamento (di tipo orientale) con cui riceve gli invitati( mia madre,Selma e tutti i suoi familiari): veste lunga di seta ,babbucce ai piedi, in testa un foulard. Il pranzo ,come ricorda sempre mia madre, è suntuoso.L'apparecchiatura della tavola è fastosa:posate d'argento, piatti di porcellana,calici di cristallo.Una decina di portate con l'offerta di raffinati cibi bosniaci accompagnati da vini pregiati.La preparazione di alcune vivande è stata molto laboriosa(Fakira ha cominciato a cucinare il giorno prima), così come la ricerca e l'acquisto di alcuni ingredienti a quel tempo davvero rari. Durante il pranzo c'è un clima di grande armonia e di appagamento, fisico e spirituale. Si conversa ( Selma fa da traduttrice)si ride, si brinda. Alla fine gli ospiti sono diventati amici :si abbracciano, guardano le fotografie della Sarajevo preguerra, riferiscono testimonianze liete e tristi.S'intrecciano ricordi e speranze. Il pranzo è la testimonianza della gratitudine della famiglia di Selma e della stessa Fakira per l'aiuto ricevuto e nello stesso tempo la testimonianza della cultura bosniaca non sconfitta dalla guerra, della propria orgogliosa identità.E non solo:il nutrimento del corpo s'intreccia con quello dello spirito. E' proprio quest'ultimo aspetto che ha richiamato alla nostra memoria " Il pranzo di Babette",film indimenticabile,tratto da un bel racconto di Karen Blixen. Fakira come Babette. Entrambe festeggiano riconoscenti l'ospitalità ricevuta. In entrambi i casi il cibo ha implicazioni sociali,culturali,affettive!






Francesco a Sarajevo






Primavera 2003. A giugno vengono a Firenze Rasema, Mahir e Sedina (mamma,fratello e cognata di Selma)invitati a un banchetto di nozze dalla famiglia che ha ospitato Mahir e che ha un figlio che si sposa.Si fermano anche da me qualche ora,ma in tempo per strapparmi una promessa:andrò a trovarli entro l'estate.Sento che è un evento che non può essere rimandato.Parto a ferragosto.Non sono mai andato in Bosnia, questa terra che geograficamente ha una forma simile alla Toscana eche prima della guerra era un modello di armonia e bellezza con una capitale dove convivevano genti e culture differenti. Si dice che abbia perso molto del suo fascino a cusa della guerra. Io sono felice di andare a trovare i miei amici e vorrei anche visitarne la città.Arrivo la sera tardi all'aereoporto. Ad aspettarmi Selma, il fratello e la mamma.Sono venuti a piedi,la loro casa è vicina.Ci abbracciamo forte e li seguo.Nella loro città sono dei benestanti: tutti e tre lavoranoe Selma ,che si è sposata da poco ha preso una nuova abitazione insieme al marito che fa il tassista.Selma e Mahir lavorano con le forze di pace italiane. Sono diplomati e sanno molto bene l'italiano. Rasema fa la sarta, come ho già detto.Ha un piccolo laboratorio nel garage di casa con dei macchinari all'avanguardia. La casa è piccola ma pulita e confortevole.Ci togliamo le scarpe secondo il costume.Mi aspetta una zuppa di verdure ma con molta carne al centro,cucinata apposta per me.E' un piatto tradizionale. La carne sarà uno dei motivi ricorrenti del mio soggiorno. Mangiarne molta qui ha unpo' il significato di dimostrare che ci si è lasciati alle spalle un periodo brutto e che si può festeggiare,grazie a una nuova abbondanza.Io sono chiamato a partecipare a questo rito di festeggiamento perchè, anche se non sono un sopravvissuto, conosco bene la loro storia e sono un ospite speciale!E' chiaro fin da subito che niente dell'accoglienza che mi è riservata è lasciata al caso.Dopo essermi finito un pentolone di zuppa e un secondo piatto che non ricordo ma che riporta la pace nel mio stomaco turbato dal volo e dal cibo dell'aereo, è il momento del caffè. Qui è sempre il momento del caffè! Gli abitanti di Sarajevo ne bevono minimo 6/7 tazze al giorno, accompagnate da cibo e da una bella chiacchierata; poi quasi tutti fumano.E' tardi. Io dormo a casa di Selma che è nuova e più spaziosa per un ospite. Mi addormento non prima di aver conosciuto Medo,marito di Selma,che col suo taxi ci accompagna a casa e riprende il suo turno.Medo è una persona particolare. Sembra non aver scordato la guerra e non ne fa mistero. Tutti intorno si danno un contegno, festeggiano il nuovo , ma c'è qualcosa che mi spinge ad accettare la tristezza che Medo porta con sè come un messaggio che non devo respingere perchè ha un significato.Capirò meglio in futuro.L'indomani mattina mi sveglio un po' spossato ,forse a causa del viaggio,ma una colazione con cui a Firenze avrei tranquillamente pranzato, mi rimette in sesto.C'è il caffè naturalmente,affettati,succo di frutta ,pane.Aspettano che mi riprenda dal viaggio;mi hanno lasciato dormire.Non facciamo niente fino al pomeriggio.C'è un ritmo di vita che ricorda un po' quello del nostro sud.Nel pomeriggio Selma decide di farmi vedere il centro.Prendiamo la metropolitana:è piena di gente che se ne sta seduta composta e silenziosa. A volte qualche monello si attacca dietro per viaggiare senza biglietto.Il centro storico è molto armonico pieno di vecchie botteghe e di vicoli xhe salgono e scendono.E' finito il periodo della fame: tutto ha un aspetto dinamico e brulica di gente.Ci sono tante persone vestite all'occidentale,come me,che entrano ed escono dai negozi e se ne stanno seduti a consumare nei bar . Selma mi porta in una nota pasticceria e mi offre una merenda: dei dolci deliziosi ed un caffè.Stento a riconoscere nella giovane donna elegante e un pizzico borghese che mi sta seduta di fronte la ragazzina in tuta e scarpe da ginnastica a cui ho insegnato l'italiano! Lei mi sta ringraziando facendomi partecipe di ciò che di bello offre la sua città ,ed è giusto che io rimanga a bocca aperta quando mi accorgo che nelle vetrine di questa come di altre pasticcerie E'RICOMPARSA LA CIOCCOLATA! La vita è tornata. Ben presto mi viene comunicato il programma della settimana che passerò con loro.Sarò ospite dei più importanti personaggi della famiglia,suoceri,fratelli,cugini e amici; per almeno due volte al giorno mi aspettano per conoscermi e nutrirmi. Mi sento come un ambasciatore di pace che deve fare di tutto per mantenere un equilibrio faticosamente raggiunto.Conosco gli sforzi fatti da queste persone.Accettare con gioia la loro ospitalità è doveroso.Mi preparo ad andare incontro alle persone animato da un sincero desiderio di conoscerle e di stringereun legame.Il giorno dopo Medo ci offre il pranzo: cevapi(piccole salsicce arrostite).Lui parla qualche parola in inglese e in più è un tipo taciturno, ma riusciamo a instaurare le basi di una conversazione.Lavora molto: per lui l'auto è tutta la sua ricchezza e teme di essere derubato.Per questo ha in affitto un garage.Non arriva a 1000 euro, ma per qui non è poco. Selma ne guadagna altri 5 o 600.E' stato in guerra.Questa esperienza pesante come un macigno sta in mezzo a noi!Ci salutiamo e io e Selma proseguiamo per il centro.Ci vediamo dopo a casa.La sera del giorno dopo c'è una grigliata a casa di Sedina,la ragazza di Mahir che è già incinta di parecchi mesi. Ci sono anche i genitori e il fratello.Io mi informo prima se posso portare qualcosa,mi dicono di sì e porto dei dolci.C'è anche Rasema con il compagno(il marito lo ha perso in seguito a un incidente dopo la guerra).La cena:salsicce,bistecche ,rosticciana, peperoni grigliati tutto accompagnato dalla birra.Siamo in campagna e si sta bene all'aria aperta, mangiando e bevendo vicino al fuoco.C'è un benessere che contagia e io mi faccio sotto con l'inglese e con le poche parole che conosco in bosniaco, per fare amicizia.Sono tra gente semplice e concreta e tutto è cucinato in modo gustoso e naturale.Non so quanti pezzi di carne ho mangiato,ma ci sono dei volti che prima non conoscevo e ora mi sono .familiari.Quando la serata finisce me ne vado grato e sereno.Il giorno dopo viene a cena da noi Dragana, una collega di Selma che insieme a lei traduce i dispacci militari e le notizie della televisione per il contingente militare italiano in loco .Siamo tre coppie,ci sono anche Mahir e Sedina,e ce ne andiamo tutti in centro a prendere qualcosa.Stasera parlo soprattutto con Mahir che come Selma ho visto crescere e che non frequento da alcuni anni.Lavora con gli italiani anche lui e anche Sedina.E' un fortunato ma non se ne rende conto.Ha un lavoro fisso,è elettricista, ma fantastica di imprenditoria.Vorrebbe soldi dalle banche per aprire un negozio,una boutique per la mamma. Io vedo che non gli manca niente,che non guadagna molto,ma che invece di costruire qualcosa piano piano spende quasi tutto in novità tecnologiche.Lui non ha fatto la guerra, non ha la costanza e l'umiltà di Medo.In <<

FINE

















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